lunedì 27 aprile 2015

Meglio sola? Forse sì, lo ammetto. (e richiesta di consiglio)


Mi sto accorgendo di una cosa...che non è che mi faccia tanto piacere, ma insomma, è così.
Il Filosofo è davvero poco a casa, il tempo più lungo è una mattina ogni tanto, se no di solito arriva la sera, a volte quando noi due stiamo già andando a letto.
E quindi...quindi io e Topo stiamo molto noi due. Certo, si va in giro, si va dai nonni, si va all'associazione dell'ostetrica con altre mamme..ma ci si va io e lui.
A me piace molto quando babbo e figlio stanno insieme, lo vedo che stanno bene, e mi piacerebbe passare anche più tempo insieme tutti e tre.
Tanto che quando capitano settimane come quella passata, in cui il Filosofo per 3 giorni di seguito (chiaramente venerdì sabato domenica) esce di casa alle 7 e rientra verso le 22 per strisciare a letto...penso “che peccato”, ma anche “Oddio come faccio da sola sempre?”.
Perchè, in teoria, in tre si sta molto meglio. In teoria. Ecco, la cosa che mi dispiace.
Che mi sto accorgendo, che poi, nella pratica, io sto bene anche quando siamo io e il mio bimbo.
Anzi, sto quasi...meglio. Mi vergogno a dirlo. Ma è così.
Mi accorgo che sono più rilassata. Più tranquilla.
Quando siamo noi due e basta ho i miei ritmi (molto variabili e incasinati, certo), facciamo le nostre cose con i nostri tempi sconclusionati, improvvisando parecchio e decidendo un po' strada facendo cosa fare, se uscire, se stare, se poppare, se fare il massaggio o il bagnetto, se andare qua o là.
Topo è un bimbo molto dolce, ma non regge per molto tempo fisicamente separato da me o da suo padre...e quindi andare in giro significa marsupio o fascia (ma spero presto mei-tai, che la fascia rigida mi fa un caldo cane, e quella ad anello l'ostetrica me l'ha sconsigliata), o se si esce con la carrozzina, frequenti soste poppata o soste coccola.
Io ci sono abituata, e so che magari ho programmato di fare due tre commissioni...ma poi lui si agita, si stanca, e allora si torna a casa, o si cambia itinerario, o si fa una pausa un po' così, su una panchina, anche se chi passa ti guarda male perché allatti (pur facendolo tentando di coprirmi con una giacca, di solito).
Non mi crea problemi, dopotutto è un neonato, e quindi i suoi bisogni sono la prima cosa, per me, sempre.
Quando siamo in giro in tre...il Filosofo è un po' meno abituato, si innervosisce, inizia a fare commenti tipo “ma così non si può”, “ma non si riesce a far niente”, “sbrigati che lui si sta incazzando e dopo come si fa”, o anche “ah a sto punto lascialo strillare!” (questo lo dice passandolo a me, però, non gestendolo lui...e sapendo che io NON lo lascio strillare).
E io mi accorgo che parto già più tesa, ultimamente, quando siamo in giro tutti e tre insieme, e non mi piace. Vorrei essere tranquilla (compatibilmente col mio carattere ansioso) come quando siamo io e Topo.
Anche perché, sentendomi così, sto cominciando a preferire quando siamo soli, anche se fisicamente è più faticoso andare a fare la spesa, andare in giro a fare le commissioni e tutto il resto, avendo anche l'esclusiva sulla gestione del piccolo. E' più faticoso...ma è meno stressante, perché non mi sento di dover calmare DUE persone anziché una...
Passerà anche questo, immagino, quando lui crescerà un pochino e suo babbo sarà più capace di gestirlo. O quando, per qualche miracolo, il Filosofo comincerà a stare di più con noi e quindi ad abituarsi allo scombussolamento dei programmi.
Spero che quando io tornerò al lavoro il Filosofo riesca a ritagliarsi qualche domenica per stare con noi, o in tre non ci staremo mai, visto che io sono a casa sabato e domenica, e lui in quei giorni esce la mattina e torna che fa buio, dal lavoro. Boh.
Nel frattempo...un po' perché io + bimbo è una formula che funziona, un po' perché non c'è altro modo, pare...sto cercando di informarmi per andarmene qualche giorno al mare con Topo, a fine maggio (se fa caldo).
Abitando in Emilia Romagna non è difficile raggiungere il mare, ma vorrei farmi qualche giorno di seguito per poter fare le cose con calma, e soprattutto goderci le ore migliori, primo mattino e tardissimo pomeriggio.
Pian piano racimolo informazioni, poi dovrò valutare che tipo di struttura scegliere (pensioncina o monolocale?) e anche il luogo, anche se sono un'esperta di “mare da pensionati”, e credo che starò su una delle mie tranquille mete preferite.
Ah...se qualche lettrice che passa di qua avesse consigli...sono più che bene accetti!!! (Anche consigli di blog di mamme che si spostano da sole con i pargoli...gite...vacanze...tutto!!!!)


p.s. se mai per una imprevedibile modifica il Filosofo dovesse decidere di migrare un po' al mare con noi...ne sarei felice, ma sto smettendo di farmi illusioni sul fatto che il suo lavoro di cazzo (tanto stress, orari idioti, soldi quasi zero) possa essere sostituito da qualcosa di sensato...e quindi...

sabato 25 aprile 2015

Il tempo


Il tempo scorre a velocità diverse, dentro e fuori dall'ambulatorio infertilità.
E' così che l'ho sempre chiamato nella mia testa, “ambulatorio infertilità”, anche se ha un nome più lungo e meno diretto. Ci ho passato talmente tanto tempo, dentro all'ambulatorio, ma soprattutto davanti, in attesa di entrare.
Il tempo è una presenza ingombrante, quando si parla di fecondazione assistita.
Il tempo FUORI dall'ambulatorio scorre più veloce, pare.
Ti ritrovi a 30 anni, dopo anni da sola, anni in cui pensavi che un giorno avresti voluto una famiglia, ma non c'era nessuno con cui imbastirla. Ti ritrovi a 30 anni a scoprire che qualcuno c'è, qualcuno che vorrebbe provare a farla con te, una famiglia.
Cominciano i primi passi, fai spazio a una nuova persona nella tua casa, trovate nuovi equilibri, la convivenza, il matrimonio. E nel frattempo, in sordina, quasi senza dirlo, cominciate a fare l'amore senza prendere precauzioni. Senza neanche pensare troppo al periodo del mese, però.
Dopotutto, è così che nascono i bambini, no? No. O meglio, non per voi.
I mesi scorrono, e quasi non ve ne accorgete che è passato un anno, e poi ecco, sono già due.
E tu hai 32 anni e lui 35 e la gente comincia a fare domande, a dire “E ora cosa aspettate? Non fate figli? Beh, ma non hai ancora figli? E tu, niente figli?”, e così via ferendoti.
Cosa rispondere? Provi con “ci stiamo pensando”, poi con “sai, siamo entrambi lavoratori precari...non ci sembra il momento...”, approdi al laconico “no, non ho figli” e infine a un vago sorriso nel vuoto e a un “mmm” indistinto che chiude il discorso.
I figli non arrivano. Non rimani incinta. Ma questo non hai voglia di dirlo, non hai voglia di sentirti dire, per l'ennesima volta, che “basta non pensarci”.
Che poi, la stessa gente che vomita queste perle di saggezza, un minuto prima ti ha detto “devi muoverti, a fare figli, che non sei più una bambina.”
Non sei una bambina e lo sai anche tu. Sei più che maggiorenne, sei una donna adulta, molto adulta, dal punto di vista biologico. Cominci ad informarti, anche se già lo sapevi che la fertilità non aumenta di certo, con l'età. Ma non ci avevi mai pensato seriamente.
Il tempo comincia a sembrarti un corridore troppo veloce, e allora ecco che trovi il coraggio di fare la telefonata. “Vorrei un appuntamento per parlare di un'eventuale fecondazione artificiale”.
L'ambulatorio infertilità, l'infermiera dell'ambulatorio, ti dà appuntamento. Per il mese dopo. Ti avvisa subito: è solo il primo colloquio, quello conoscitivo. Per fare qualcosa c'è una lista d'attesa.
Di quanto? Glielo spieghiamo al colloquio, signora.
E poi, ecco, da fuori passi a DENTRO. Dentro l'ambulatorio il tempo si dilata.
Quando spieghi la situazione, spieghi che cercate da due anni, da un anno più seriamente, ti dicono che in fondo non è poi tanto tempo.
Anche perché “sei giovane”. Sei giovane, qui dentro. Te lo dice la ginecologa, e poi anche l'infermiera che compila la cartella. “Ma ho quasi 33 anni”. “Appunto. Per noi, sei giovane.”
E' strano, sentirselo dire, ormai sei abituata a chi ti dice che tra un po' sarà troppo tardi, che stai per scadere, come uno yogurt o una conserva.
Eppure, qui dentro tu sei giovane, c'è tempo, a quanto pare.
E il tempo ti servirà, perché la lista d'attesa è lunga. Un anno se va bene, due se va un po' peggio.
Ma tanto “sei giovane”. E quindi puoi aspettare.
Ti disponi all'attesa. Nel frattempo, tu e tuo marito provate ancora, e provate anche con l'inseminazione, non si sa mai, ti hanno detto di farla, quelli dell'ambulatorio infertilità. Ti hanno detto che alla tua età ci sono buone probabilità. Di nuovo il fattore età, il fattore tempo, sembrano essere dalla tua parte. Per una volta.
E così, nell'attesa, fuori dall'ambulatorio, il tempo riparte, riparte alla solita folle velocità che per un attimo avevi dimenticato. Passa un anno. Un anno? Un anno. Le inseminazioni non vanno, tra una e l'altra i mesi scorrono, e tu ti senti invecchiare. E anche quando non te ne accorgi, qualcuno ti ricorda che hai, di nuovo, compiuto gli anni.
Cominciate ad avere un po' di paura, non è che il tempo passato ad aspettare sarà troppo? Ma no, i medici hanno detto che sei giovane, ti aggrappi a questo. E continui a guardare scorrere il tempo, mentre i figli degli amici crescono, si aggiungono fratelli e sorelle e le voci che chiedono “E voi, non fate dei figli?” cominciano ad essere affiancate da quelle di chi chiede “Come mai non avete fatto figli?”. Quando ti parlano al passato ti spaventi. E non sai più cosa rispondere, ormai anche i mugolii indistinti ti sembrano troppo.
Arriva una telefonata: “E' il vostro turno”, tocca a voi, l'ambulatorio ha chiamato, c'è posto.
La dottoressa prende di nuovo in mano gli esami, ti visita, ti scruta, di nuovo domande, risposte, e terapie. Ricominciano le punture, le pillole, le misurazioni, le attese, il tempo è scandito dalle iniezioni e dalle visite mediche, non passa più in termini di giorni ma di terapia.
La vita degli altri, fuori, va avanti, la tua sembra orbitare su se stessa, tutto sembra uguale, dentro all'ambulatorio, finchè anche lì il tempo irrompe: “Signora, le sue ovaie non è che siano ringiovanite, nel frattempo..deve considerare anche questo.” Come?! Ti hanno detto loro che c'era tempo, ti hanno incasellata come “giovane”, hanno detto che eravate una coppia con buone possibilità, giovani, giovani, giovani.
Ma sono passati quasi 3 anni. E' vero. L'avevi quasi dimenticato, che il tempo, fuori, continuava a scorrere. E che il passare dei giorni, dei mesi, degli anni, prima o poi si sarebbe insinuato anche dentro all'ambulatorio. E ora sei sommersa dalla rabbia, verso te stessa che hai aspettato fiduciosa verso quei medici che ti dicevano “sì sì aspetta, tranquilla”, verso di loro che ora ti dicono “eh signora, è così, lo sapeva che c'era la lista d'attesa...”, e non sai più cosa fare. Provate lo stesso, va male, per colpa dell'età? Per colpa della terapia? Per colpa tua (che sei vecchia che hai aspettato che non sei giusta che sei sbagliata hai sbagliato hai aspettato troppo troppo troppo)?
Non c'è più dentro e fuori, il tempo ti stringe d'assedio e tu vorresti poterlo fermare per un po', per avere il tempo di assorbire quello che in fondo già sapevi. Non sei più tanto giovane.
E allora decidi di cambiare tutto, cambia l'ambulatorio, cambiano i medici, cambia l'approccio e soprattutto cambia il tempo, se non il tuo (tic tac tic tac mia cara, un altro compleanno si avvicina), decidi che cambierà il tempo delle attese. Potete permettervelo? Sì. I risparmi per il futuro...se non è futuro un figlio, cosa lo è? E quindi benissimo investire i risparmi nella ricerca di questo bambino.
Il tempo non può essere comprato con i soldi, certo, ma l'attesa sì, quella si può corrompere perché diventi più breve.
Ed ecco che la corsa ricomincia, visite, punture, pillole, indagini. Provano, anche qui, a dirti che “comunque sei giovane”, e tu scoppi a piangere. Tacciono. Lavorano, nel frattempo, questa volta ti senti meno sola, in quella che vivi come una corsa controcorrente. C'è qualcuno con te, qualcuno che ti corre a fianco, la nuova dottoressa ti segue passo passo, la sua voce sicura riesce persino a zittire per un po' il tic tac tic tac dentro la tua testa. Puoi farcela, dice. Dico sul serio, puoi farcela.
E finalmente la terapia finisce, si passa alle cose serie, si passa a scegliere quanti embrioni impiantare. Quanti? 2. Proviamo con due. Sì. Proviamo.
Ricomincia l'attesa, un'attesa di soli 14 lunghissimi eterni giorni. Ogni giornata sembra colare lentamente nell'altra, dilatandosi senza mai finire. E invece il quindicesimo giorno è arrivato, è lì, devi solo aprire la busta con i risultati, devi solo scoprire quale attesa ti aspetta ora. L'attesa del nuovo tentativo, l'ultimo? O l'attesa che hai atteso, sì, per anni?
Apri la busta. E il tuo mondo cambia, all'improvviso. C'è. Uno dei tuoi embrioni è lì, è dentro di te che pulsa e che cresce. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto qualcosa accade dentro di te.
E il tuo tempo, improvvisamente, non è più il tuo. Ed è la cosa più bella e incredibile del mondo. E non avresti mai pensato che aspettare, questa volta nove mesi, sarebbe stato così pieno di stupefacenti sorprese ad ogni ecografia, di calcetti e battiti, di canzoncine cantate alla pancia e di foto scattate per ricordare ogni cambiamento.
E quando anche questo tempo è passato, quando la tua vita è scandita dalla
sua vita, da lui così prezioso tra le tue braccia, ripensi al tempo dell'attesa, al tempo degli ambulatori, al tempo della paura e ti sembra tutto piccolo e neanche poi così duro, in fondo, come se non avessi neanche aspettato tanto, che per avere alla fine un premio come questo avresti potuto lottare per altri mille anni.

lunedì 20 aprile 2015

...è già passato un mese

Il 15 aprile il Topo ha compiuto un mese.
E' nato già da un mese. Siamo a casa insieme da tre settimane.
E' incredibile.
Da un lato, mi sembra ieri che per la prima volta uscivamo al sole, finalmente fuori dalle porte dell'ospedale.
Dall'altro, ora che lui è qui con noi, mi sembra che la mia vita non possa mai essere stata diversa. Mi risulta impossibile pensare la sua assenza.
E' veramente strano, come tutti cambi all'improvviso e contemporaneamente in modo naturale.
Almeno per me. E' diventato da subito naturale occuparmi di lui, passare da giornate intere da sola a giornate intere, piene, sempre con lui.
Lui che ha fame, lui che va cambiato, lui che anche se è piccolissimo vuole interagire, vuole essere "badato" se no si annoia e si arrabbia, lui che vuole stare praticamente sempre addosso a me.
Come dice l'ostetrica, è un bimbo "ad alto contatto", anche perchè molto probabilmente deve ancora smaltire il trauma del dopo parto, con la separazione, la solitudine totale delle prime 24 ore e anche il dopo, con il dolore, le punture, i rumori, e ancora la mancanza di un po' di vero e lungo contatto con me e con suo padre.
E' passato un mese, ed è strano.
E' stato un mese duro, un po' perchè stiamo ancora conoscendoci, noi tre, un po' perchè...quando mi chiedono "come va la vita a tre?" vorrei rispondere che la vita a DUE va bene.
Perchè è fondamentalmente una vita a due, la nostra.
Mio marito è innamorato di suo figlio, quando è a casa lo prende in braccio, gli parla, lo coccola.
Solo che sono momenti rari...solo la sera, per una mezz'ora,circa. Perchè arriva che si cena, o meglio che lui cena perchè si fa a turno, a mangiare, e poi dopo un po' io e il piccolino andiamo a dormire...e poi perchè comunque, quando è a casa, il Filosofo mantiene le sue cose da fare, le sue piccole distrazioni, insomma...un po' la sua vita.
Il lato razionale di me capisce che ha senso e che è giusto...il lato emotivo e il lato stanco, stanchissimo...sono insofferenti di fronte a questo. Vorrei che quando è a casa stesse con noi, che dedicasse il suo tempo a e me e a suo figlio, o anche solo a suo figlio.
E così mi innervosisco, quando lui sparisce per andare a giocare al pc, quando mi dice "ho bisogno dei miei spazi", non tanto per invidia..a me non servono tanti spazi, mi bastano una decina di minuti ogni tanto per distrarmi e poter dormire qualche ora la notte, ma più che altro perchè mi sembra che "trascuri" il nostro meraviglioso bimbo.
So che non è così...ma che farci? La stanchezza infinita fa la sua parte, nel rendermi cavillosa e malmostosa nei riguardi di chiunque non sia Topo.
Che è splendido. Chiaramente il mio giudizio è un tantino di parte, essendo la sua mamma (diiiio, sono la sua mamma!!!!), e come ogni madre penso che mio figlio sia il più bello e simpatico e intelligente del mondo... magari col tempo tornerò un po' di più sulla terra!!!
Intanto che dire...lo guardo e lo riguardo, e in un mese è cambiato così tanto...è cresciuto, fisicamente e anche come comportamenti, ora "chiacchiera" tanto, mi cerca con lo sguardo, vuole essere intrattenuto, e allora gli parlo, canto, gioco con le mani facendo le ombre, gli mostro le cose e lo porto a spasso.
E' davvero bello stare con lui.
La prima volta che siamo usciti in macchina da soli io e lui aveva 15 giorni, ora che ne sono passati altrettanti e più, siamo ormai rodatissimi, o quasi.
Andiamo in giro in macchina, a piedi, con e senza carrozzina, andiamo a fare la spesa e alla posta, andiamo dai nonni e in giro per parchi, cerco di farlo uscire tanto per prendere aria e anche per distrarci, entrambi.
Mia madre, per la prima volta in vita sua, si complimenta e mi dice "brava. Quando tu eri piccolina io non uscivo mai da sola con te, aspettavo sempre che ci fosse anche tuo babbo..tu sei brava".
Io in realtà faccio di necessità virtù, ma va bene così.
Ogni tanto gente a caso (lontane conoscenti di mia madre, vicine di casa, passanti) mi ferma e mi propina le sue opinioni non richieste, che cerco di rintuzzare col sorriso e con risposte generiche e lapidarie che si possono riassumere in "va tutto benissimo". Non ho voglia di parlare con loro, non sono fatti loro.
E in realtà poi è anche vero, che le cose vanno bene.
Certo, la notte lui fa pause di massimo due ore, più spesso di un'oretta, poi vuole mangiare, o solo ciucciare un po', e poi fa tanta di quella pipì e cacca che sono sempre con pannolini in mano, e allora la notte si fa un po' spezzettata e il giorno non è che sia proprio sveglissima, e poi ci sono le volte in cui piange disperato, all'improvviso, e non riesco a calmarlo e mi sale l'angoscia...e c'è il maternity blues, che anche quello va affrontato e pesa un po'..ma è bellissimo lo stesso.
Negli ultimi giorni mi accorgo che sto anche piangendo molto meno, reagisco anche meglio quando piange lui, mi angoscio un filo di meno, diciamo che non piangiamo più in due, ecco...
A volte mi commuovo, così, solo a guardarlo...ma sono lacrime diverse.
Sono sempre stanca, e c'è sempre chi mi fa notare che sono "deperita", ma ho partorito mio figlio da un mese, e non siamo in un film...come pensavate che fossi? Messa in piega, pelle abbronzata, un filo di trucco e scattante come un colibrì? Per favore...ho le occhiaie, rigurgitini sulla maglia e capelli a casino.
E la cosa non mi turba più di tanto. Decisamente no.
Mi concentro su cose di cui vado fiera: riesco a fare praticamente tutto con una mano sola, faccio anche pipì con lui in braccio (se no me la farei addosso, con tutta l'acqua che bevo!!!), ho imparato a cambiarlo in velocità e in condizioni varie, più o meno riesco a calmarlo in tempi ragionevoli quando piange...e soprattutto lui cresce ed è tranquillo e questa è la cosa più bella che ci sia.

martedì 7 aprile 2015

L'esperienza in UTIN


Domenica 15 marzo, alle 12.59, è nato il mio amore.
ho potuto tenerlo in braccio pochi minuti, forse una decina, a me è sembrato un attimo...lui già girava la testina verso di me aprendo la bocca...fosse stato per me avrei iniziato ad allattarlo seduta stante. Ma non si poteva, visto che stavano per portarlo all'altro ospedale.
Sono arrivati con la super culla termica, sembrava una mini astronave, in cui l'hanno infilato, lui così piccolo...e poi l'ho visto andare via lungo il corridoio mentre io stavo accasciata sulla mia sedia a rotelle, continuando a dilagare sangue in tutta la sala parto.
E' stato uno dei momenti più strazianti della mia vita. Sapevo che lo avrei rivisto al massimo qualche giorno dopo...ma è stato come se mi stessero strappando il cuore.
Le ostetriche dell'ospedale si sono subito mosse, hanno cominciato a tempestare di chiamate l'altro ospedale, dicendo che dovevano trovarmi un letto, che dovevano potermi trasferire al massimo il giorno dopo, se non in giornata.
La domenica pomeriggio è passata così, con le ostetriche a farmi “visita”, il Filosofo che cercava di contattare l'UTIN per farsi dare notizie, e io che per telefono dicevo a suocera e miei genitori “sì è nato...ecco..c'è stato un piccolo problema...” e facevo finta di essere tutta tranquilla.
Poi la domenica sera, il Filosofo che se ne va, io che dormo poco e male, guardando la cullina vuota di fianco al mio letto dove avrebbe dovuto essere il mio topino.
E' stata un'altra lunga notte.
La mattina dopo le ostetriche hanno ricominciato la ridda di chiamate, e finalmente...”ti vengono a prendere con l'ambulanza, ti trasferiscono lì in ginecologia, sei solo a un piano di scale dall'UTIN”.
Non vedevo l'ora. Ho avvisato il Filosofo, e quando finalmente sono venuti a prendermi lui è partito in auto alla volta dell'ospedale.
Sono arrivata là circa alle 13, erano quasi 24 che non vedevo il mio bimbo minuscolo, appena mi hanno lasciata in reparto sono scesa da lui...mettendoci quasi 20 minuti, perché tra punti, emorroidi, ospedale labirintico e debolezza...sembravo uno zombie. ma ce l'ho fatta.
Sono scesa giù...e finalmente l'ho visto.
In reparto si entra solo dopo aver fatto varie procedure di lavaggio e dopo aver messo il camice pulito, entrano solo i genitori, e i padri non possono fermarsi a dormire, ma almeno i genitori entrano.
E' uno stanzone, diviso in tre zone, l'ultima è quella della rianimazione, con le culle termiche e tutti i tubi e i macchinari che si possono immaginare.
Mille rumori, allarmi, spie, numeri lampeggianti, e nella terza cullina, piccolo e intubato...il mio topino bellissimo.
Appena l'ho visto, con la flebo nel piedino e tutti quei numeri ronzanti intorno...mi sono messa a piangere come una fontana. Una decina di minuti dopo è arrivato anche il Filosofo, che reagisce peggio di me, di fronte agli ospedali, alle flebo e ai tubicini....e così si è messo a piangere anche lui.
Stavamo lì a fissarlo attraverso il vetro e a piangere.
Poi un'infermiera mi ha spiegato come e dove disinfettarmi le mani...e ho potuto accarezzarlo un po', attraverso gli oblò.
Mi sembrava di una fragilità estrema. Poi una cosa bellissima. Un'infermiera è arrivata, ha borbottato alcune cose tra sé, è andata via, è tornata ...e gli ha tolto il tubo dell'ossigeno, dicendoci (finalmente) che in effetti poteva respirare da solo.
Un grandissimo passo avanti, soprattutto a livello psicologico per noi, vederlo senza tubo nel naso.
Quel giorno è stato pesantissimo, la sedia era scomodissima e dura e io vedevo le stelle non trovando una posizione che non fosse dolorosa, i medici che dovevano passare a darci notizie non si sono fatti vedere e in tutto il reparto è passata una dottoressa verso le 18...ma siccome l'orario per le notizie ai genitori era alle 15...si è rifiutata di dirci alcunchè.
Poi il Filosofo se n'è andato...e io sono rimasta lì a fissarlo, a tenergli la manina con la mia mentre lui stava lì da solo nella cullina.
E' stato brutto, brutto brutto. Chiedevo a tutti i camici che passavano se potevo avere qualche notizia, e mi rispondevano “eh no signora...FORSE domani”. “come -forse-?!” “eh...dipende...la visita passa alle 15, ma a volte ci sono imprevisti...non le posso dare la certezza” “ma quindi quando posso sapere come sta?” “Come ho detto, signora, forse domani!” (con tono che non ammette repliche).
Nel frattempo lo alimentavano a glucosio in vena e latte artificiale col biberon.
Lo so, l'allattamento non è sempre possibile, e non è fondamentale, i bambini crescono anche senza latte materno..ma io, ancora prima che nascesse, ci tenevo tantissimo a poterlo allattare.
E' una cosa che ho sempre voluto, anche prima di dover vivere tutta la medicalizzazione della PMA.
E mi faceva star male il fatto di non poterlo fare, di non poter iniziare questo rapporto con lui.
Ho chiesto più volte il tiralatte, ma in UTIN non c'è (“ah no ne abbiamo uno..però...guardi che non serve...gli diamo il latte noi...lei...vada a riposare...vada vada”), e poi c'è ma non me lo danno, e poi comunque lo sconsigliano...e poi poi poi.
A me questa cosa del latte ancora mi sta qui, mi hanno rotto le palle per tutta la settimana su sta faccenda. HO capito che per loro è più comodo l'artificiale, fanno prima, glielo danno e via, e poi con quello i bimbi dormono per più ore di seguito ed è più facile calcolare quanto ne hanno preso...però che cazzo!!!!!
Sicuramente in reparto tutti gli infermieri e i medici che ho visto erano PREPARATI dal punto di vista PROFESSIONALE, molto centrati sulla patologia e sul curarla. Ma dal punto di vista UMANO, soprattuto le infermiere...pessime. Veramente pessime.
Solo il secondo giorno che ero lì, il martedì, mi hanno permesso finalmente, dopo lunghe questioni, di attaccarlo al seno. E lui si è tuffato con un'aria determinata e inferocita di chi non ha alcuna intenzione di farsi più staccare da lì...mi ha intenerita al punto che non smettevo più di guardarlo.
ovviamente questo ritardo nell'avviare l'allattamento, unito allo stress e a tutto il resto...fa sì che io non abbia mai abbastanza latte, soprattutto i primi giorni era un gran casino...lui voleva stare sempre attaccato, non mangiava abbastanza e piangeva...e le infermiere sbuffando mi dicevano di darci su e dargli l'artificiale.
Quando ho detto che volevo restare in appoggio, cioè restare nelle stanzine adiacenti al reparto, pensate appunto per le mamme che allattano al seno i bimbi in UTIN...hanno provato a dissuadermi in mille modi, dicendomi che tanto avevo poco latte, che poi se stavo male (avevo osato lamentarmi della sedia dura) non essendo degente non potevano fare niente per me...alla fine un'infermiera mi ha definita “mamma rompiglioni” con una collega, che simpatia.
Ma io sono rimasta lo stesso, di giorno non schiodandomi mai da vicino a lui, e di notte andando a dormire un po' nella stanzina, con le infermiere che mi dicevano “ah ma se piange di notte gli diamo il latte noi”. Però io ho imparato subito a riconoscerla, la SUA voce, e appena piangeva lo sentivo dal corridoio, mi alzavo e andavo.
Dal terzo giorno ci hanno spostati nella zona “tranquilla”, niente più culla termica, “solo” attacco per la flebo nel piede per l'antibiotico, e via anche gli altri cavetti.
Molto meglio, potevo tenerlo in braccio quando e quanto volevo, potevo stare con lui a contatto e non solo tenergli la mano.
E qui...quando lui aveva BEN 5 giorni di vita, addirittura CINQUE, mi sono sentita dire “ah, ma lui piange quando è nella cullina perché E' VIZIATO, perché lei lo prende in braccio se piange”.
Lì mi sono dovuta trattenere dal mandarla a dare via il culo, la tizia, perché a 5 cazzo di giorni non è lui che è viziato, sei tu che sei una stronza.
Ovviamente la privacy è sotto lo zero, il reparto è una specie di stanzone – corridoio, in cui tutti, infermiere, oss, medici, pazienti, chiunque vede e sente tutto quello che fai.
Ho imparato ad attaccarlo al seno e allattare fregandome di chi passava di lì, isolandomi dal resto del mondo che rumoreggiava a un centimetro, ignorando i commenti sul “quanto mangia”, “sta sempre attaccato”, “...”.
Ho imparato a sopravvivere lì dentro pur sentendomi solissima, il Filosofo cercava di venire di giorno, ma un'ora e più di viaggio ad andare e idem a tornare, e i suoi impegni...la maggior parte del tempo ero sola.
E allora era una lotta, perché andare a fare la pipì, o a mangiare, significava dire mille volte all'infermiera “se piange CHIAMATEMI” e poi rischiare di tornare e sentirmi dire “piangeva gli ho dato il latte artificiale”. Cazzo, ma se ti ho detto chiamami!!!
Un giorno, disperata perché lui si attaccava male e mi faceva malissimo...ho scoperto che esiste un ambulatorio ostetrico di consulenza all'allattamento. Proprio vicino all'UTIN, perché fa parte dello stesso reparto di neonatologia.
Striscio all'ambulatorio, terrorizzata di essere presa a male parole anche lì...e invece...salvezza. Un'ostetrica, l'ennesima ostetrica gentile, preparata e UMANA. Che mi spiega cosa fare e mi dice “guarda sei a un metro da me, appena devi allattare fammi chiamare e vengo a vederti”.
Viene, mi corregge un paio di cose e mi tranquillizza tanto. Mi dice di allattarlo a richiesta, come già faccio, mi dice di insistere per non dargli l'aggiunta se non quando proprio mi accorgo che serve, mi fa sentire una madre adeguata e non una povera cretina.
Appena se ne va, l'infermiera mi raggiunge e mi dice che lei non concorda per niente con l'ostetrica, che comuqnue sia loro il latte glielo danno. E che quello è il loro reparto. Della serie “hai portato un'intrusa nel mio territorio, come hai osato”.
I giorni sono passati così, la prima volta che gli ho cambiato il pannolino è stato mentre una di queste stronze mi strillava “si muova signora, cos'è, il primo neonato che cambia?” SI'. E' il primo. Ho cambiato pannolini in vita mia, ma se permetti, stronza, mai a neonati, e mai a bambini con flebo e tubi. E mai in mezzo a mille persone.
Mille persone. Tutto il giorno così. Ma c'era il Filosofo, e quando c'era lui io stavo meglio, mi sentivo spalleggiata, aiutata, con un complice in quel casino.
Poi veniva la sera, il buio. Il reparto si svuotava, i padri sparivano, restava qualche mamma. Le infermiere della notte se ne andavano a cena nella stanza di fianco, a raccontarsi a voce altissima i cazzi loro. E allora io sgusciavo di nuovo in reparto (perché se mi vedevano era tutto un “signora vada a dormire!!!!” con tono tutt'altro che delicato) e mi sistemavo su una poltroncina (che avevo recuperato grazie all'intercedere di una dottoressa comprensiva del mio stato di “salute” a livello di zona “seduta”) e me ne stavo lì con lui.
Nel buio punteggiato solo dalle spie luminose delle macchine attaccate ai piccoletti, nella solitudine.
Ho pianto molto, di notte, quando finalmente nessuno mi vedeva. Mi sentivo sola, come se fossi naufragata non so dove.
Mi è sembrato di passarci la vita, lì dentro, e invece il sabato pomeriggio siamo stati dimessi, è passata “solo” una settimana...la settimana più lunga della mia vita.
E' stato orribile. Perchè vedevo lui così fragile, perché mi sembrava di non poterlo aiutare, perché avrei voluto almeno nutrirlo e neanche quello riuscivo a fare.
E poi perché mi sentivo terribilmente sola, sola in una situazione ostile, laddove avrei dovuto, nella mia testa, sentirmi al sicuro, mi sentivo invece circondata da persone per cui certo, era importatne curare mio figlio, ma curare solo la patologia, dargli l'antibiotico alle ore giuste. E fine.
Il resto non contava. Il fatto che lui avesse bisogno di me, della sua mamma, del mio odore, del mio calore, del mio latte, delle mie coccole..questo non era di nessuna importanza.
E la mia fragilità, la mia difficoltà, all'inizio, a gestirlo fisicamente, per la paura dei tubi e degli aghi...anche questo...è stato trattato con fastidio.
Certo, loro hanno esperienza di casi ben peggiori, e trattano di tutto. Ma questo non le autorizza a diventare dei robot.
E' stato orribile, non finirò mai di pensarlo.
Di certo, mi ha insegnato delle cose.
Mi ha insegnato che sono più forte di quanto credessi, che posso superare situazioni ostili e difficili.
Mi ha insegnato, io che odio dormire a casa da sola senza il Filosofo, che posso invece farcela, che posso passare notti insonni senza di lui in una stanza d'ospedale, che posso superare notti e notti da sola con mio figlio in un ambiente che sento ostile, che posso gestirlo e fingere anche di stare benissimo.
Mi ha insegnato che non tutto va come vorrei, che ancora adesso l'aggiunta di latte artificiale devo darla eccome, ma mi ha insegnato che posso tenere duro: ho continuato ad allattare anche se me lo rendevano difficile, a casa ho cominciato a prendere le erbe datemi dall'ostetrica per aumentare il latte e ho continuato e continuo, e allatto a richiesta e me ne sbatto le palle se lui vuol mangiare ogni ora e mezzo – due al massimo, e la gente che lo scopre mi dice “ah ma devi regolarlo”.
Non ha neanche un mese, io allatto a richiesta e tu fatti gli affaracci tuoi. E soprattutto, mi sveglio IO per allattare la notte, sto IO con le tette sempre pronte per la poppata, mi sparo IO acqua e pasticchette erbacee per fare il latte.
Le cose non sono facili, qui a casa, anche qui sono quasi sempre sola, visto che il Filosofo non è mai a casa per più di qualche ora la sera e non sempre arrivo a sera senza aver pianto.
ma sono a casa, non sono più in UTIN e sono a casa con mio figlio.
E comunque...se sono sopravvissuta a quel reparto...ora so che posso farcela...anche quando mi prende lo sconforto e lui piange e io piango e penso che non so cosa fare e che non so fare nulla.
Prima o poi ci capirò qualcosa. Intanto si va avanti così, faccio tutto, anche se nulla lo faccio perfettamente intanto io faccio tutto. Tutti i giorni. Tutto il giorno.
E lo starò anche viziando, perché lo tengo tanto addosso..ma francamente....sticazzi!!!!!!!!


P.S. PERCHE' in Utin?
Giustamente, Ellie mi chiedeva perchè ci siamo finiti, in UTIN.
Che non l'ho neanche detto.
Dunque, il parto è stato un po' complesso, lui spingeva da un pezzo per uscire, tanto che quando è finalmente potuto venire fuori aveva un occhietto tutto rosso, con i capillari rotti per lo sforzo, povero patatino.
Poi per lo stress, pare, ha meconiato nel liquido amniotico, e meconiato parecchio, poi ha inalato il liquido tinto, con conseguente infezione e difficoltà di respiro.